By Fabrizio “Arch” Origani
By Bruno “Orso” Paccagnella
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8 giugno 2018

By Fabrizio “Arch” Origani

Quando è arrivato l’ordine del Presidente per l’articolo di fine anno mi sono sentito per una volta in difficoltà. Quale aspetto di questa stagione mi ha colpito e come metterlo su carta?

Gli Irriducibili stanno cominciando a farsi conoscere, un gruppo che da un lato si consolida e dall’altro si fa spazio tra le piccole realtà locali legate al basket, satelliti della Virtus ma non solo. Certo un entità strana, fatta da ex giocatori di nuovo in campo, competitiva e appassionata ma anche irriverente e goliardica, giocante e tifosa allo stesso tempo, sempre più eterogenea eppure unita e compatta. Grazie alla presenza di Daniele Rubini si è formato un legame tra noi e la serie B, “la seconda squadra”, e finiamo sulle pagine degli articoli della Virtus, facciamo le foto col sindaco, un po’ sostenitori e un po’ guastatori. Mi fa sentire orgoglioso.

La perplessità per me è derivata proprio da questo: siamo certamente in movimento, ma verso cosa? Questo mi ha spinto ad una riflessione più “seria”, ma a mio parere ogni tanto ci sta.

Dal punto di vista umano, per come stiamo bene insieme, con i vecchi sempre più affiatati e i nuovi arrivi immediatamente inseriti come se ci fossero sempre stati, le manifestazioni di affetto (anche fuori dallo spogliatoio!) che ci fanno sentire fratelli, la voglia di divertirsi, sdrammatizzare e godersi ogni minuto di questa compagnia confermano l’eccezionalità di questo gruppo. La mitica chat ha raggiunto i 40 partecipanti e nonostante qualche scivolamento verso il calcio e i medi di Vito non molla proprio nessuno! Gli allenamenti sono sempre uno spasso e l’impegno a cercare di portarne l’anno prossimo uno dei due verso le otto di sera per finire prima e fermarsi a mangiare assieme non potrà che migliorare le cose.

Il campionato di quest’anno ha però messo in luce limiti e inadeguatezza della nostra formazione. Tra infortuni e impegni da gennaio in poi (finale del Torneo Primavera a parte) di rado abbiamo superato i 10 presenti in campo, con più volte solamente 8/9 giocatori in tutto, situazione peraltro già vissuta l’anno scorso. Questo per un gruppo di “vecchi di merda” come noi, con poco fiato e maggiore propensione a rompersi è piuttosto pericoloso e rischia di far stancare proprio (per mancanza di rotazione) quegli stessi che sentono più il “dovere” di esserci per la squadra. Non che non ci si diverta lo stesso, anzi, ma le probabilità di vincere si abbassano, la stanchezza fa più facilmente perdere il controllo e alla fine qualche momento di tensione con arbitri (e fin qui nulla di strano) e con avversari c’è stato. Vederci litigare scendendo sullo stesso piano di ragazzini con metà dei nostri anni magari fa sentire giovani, ma fa anche un pochino tristezza.

Quindi a mio parere dobbiamo sederci con calma e decidere cosa vogliamo per il prossimo anno: il campionato UISP si popolerà di altre squadre, gli appuntamenti con la partita potrebbero anche aumentare, ed è quindi necessario capire come vivere questa cosa con il gusto di giocare e divertirci, allo stesso tempo essere discretamente competitivi, ma senza rischiare di ripetere la situazione di questo finale di stagione. Dall’esperienza dello scorso anno abbiamo visto che alla volta di settembre (ma anche già a giugno) ci si dimentica delle situazioni poco divertenti, dei mugugni e della stanchezza, e si riparte con entusiasmo. Questa è una nostra caratteristica e ne vado fiero, ma stavolta, se si può, cerchiamo di programmare meglio, evitiamo che a gennaio ci si ritrovi come quest’anno e l’anno scorso.

Butto giù qualche considerazione personale, che può e deve essere messa in discussione per decidere insieme (come abbiamo sempre fatto) la via da seguire.

Prima di tutto potremmo essere pochi: pensavo che in 18/20 avessimo una rosa più che sufficiente di possibili presenze tale da trovarci spesso a dover addirittura escludere qualcuno per mancanza di posto. Come invece profeticamente previsto dal Presidente mi sbagliavo su tutta la linea. O la rosa va allargata o ci vuole più costanza da parte di tutti. Secondo me andrebbero fatte convocazioni ponderate, che consentano rotazioni anche ai più forti per sentire meno pressione e rifiatare, e magari programmare le presenze per tempo in modo da impegnare tutti senza scuse (salvo ovviamente imprevisti). La chiamata fatta lo stesso giorno della partita, la scelta della formazione fatta per disponibilità, forse non vanno bene.

Dobbiamo affrontare per l’ennesima volta l’argomento: provare a vincere o fare giocare tutti? Ne abbiamo parlato molte volte, la linea “vincere” finora ha dettato più spesso le scelte in campo, ma se il risultato è che alla fine la gente trova scuse per stare a casa e ci si trova in 8 è evidente che non funziona. Lo spirito di squadra dovrebbe far si che ci si senta utili e ci si diverta anche a giocare 5 minuti. Io stesso soffro a giocare poco e a fare figure barbine in campo, ma l’entusiasmo con il quale i miei compagni hanno insistito perché fossi presente e non hanno accettato che mi facessi da parte mi ha smosso e mi ha fatto comunque sentire importante. Questo dovrebbe valere per tutti. Anche solo dare una mano al coach di turno (o esserlo!) , incoraggiare e tifare i compagni in campo e farli rifiatare un po’ dovrebbe essere motivazione sufficiente per voler stare in panca.

Ma se così non fosse abbiamo due alternative: troviamo nuovi giocatori per le partite o diamo a quelli che ci sono modo di giocare di più, perché meglio perdere in 12 che perdere (e accade comunque) in 8, perché correre contro ventenni senza possibilità di riprendere fiato è, per più d’uno di noi, al limite dell’incoscienza.

Non credo che rivedere i nostri allenamenti avrebbe molto senso: certo un po’ di preparazione atletica non potrebbe che far bene, ma la gioia e la spensieratezza con la quale facciamo le nostre partitelle è un piccolo piacere tra le rotture di cojoni quotidiane del lavoro, non ci guadagneremmo granché a trasformarle in sedute estenuanti.

Un’estrema scelta potrebbe essere quella di cambiare campionato, cercando ambiti in cui ci si ritrovi tra pari età, se esistono. Oppure ci si organizzi per qualcosa di autogestito con altri gruppi che come noi hanno la passione del gioco senza doversi per forza iscrivere a una federazione (e ce ne sono)…

Ma mentre lo scrivo inizio già a pentirmi: forse in fondo mi mancherebbe la UISP con tutti i suoi pregi e i difetti, il piacere di aver conosciuto quest’anno nuove squadre di belle persone come i Sans Papier, Sovizzo, Quinto Miglio, etc., le litigate con gli arbitri, la caccia alla palestra tra i campi nella nebbia, la ricerca della pizzeria in “terra straniera”, la sirena di inizio partita…

Tutto ciò dà un pizzico di epicità alle nostre imprese e agli episodi che ci raccontiamo “in loop” tra noi, e ogni volta sono più mitici, dalla cena a Schio alle squalifiche di Polesella. Mi sa che a tutto questo non ho voglia di rinunciare, anzi ho voglia di combinarne di nuove e di più.

Dunque alla fine resto perplesso come all’inizio: sediamoci, dicevo, parliamone e aggiustiamo il tiro, questo è sicuramente necessario. Gli Irriducibili non stanno in piedi da soli, occorre un piccolo contributo da tutti noi e ognuno è fondamentale per non far finire tutto. E poi, succeda quel che succeda, ripartiamo con la stessa “voglia”. Forse solo questa, alla fine, conta.